Archivio delle Categorie: domenica

il condendo vivere dell’albicocca

il condendo vivere dell’albicocca

 

è tacita

la recita delle stagioni

nel teatro del tempo

muto il merlo

sull’albicocco che non vuole più fiori

 

il frastuono dell’indifferenza

sposta i rami esili

e li sconvolge.

piaghe di colpevolezza

percorrono i lembi della legnosa pelle

le mammelle spente della pentita madre

 

si scoprono fragili fenditure

radici rassegnate e assenti

 

sorpresi orifizi

di timida vita

si coprono gli occhi

vergognandosi d’esserci

 

boccioli consapevoli

nello stillicidio lieve del materno rimorso

nel condendo vivere dell’albicocca dimenticata

sospesa

appesa

umida d’incanto

pregano una bocca dolce soltanto

 

sul solitario suolo della solitudine

coperta di polvere

colma di schianto

silenti riposano i noccioli in lutto

forse dimenticando tutto

 

 

(è tacita la recita delle stagioni nel teatro del tempo….)

 

 

 

 

senza acetone

senza acetone

Grata graffio le mie alternanze, ci ho fatto le unghie con la mia follia, limato la mia coscienza di non essere a sufficienza. Con mano tremante stendo lo smalto dell’essere sulla cartilagine della mia balbettante ipocrisia -ma resta solo pelle macchiata di mediocri intenti, epidermide impreparata al teatro dell’apparenza. Resto io, incapace di stare ferma, vanitosa di una vanità che sa solo essere vana.

 

Di domenica

Di domenica

Oggi a ribadire come la “domenica” costituisca ed assurga ad una categoria superiore, ad un rango altro. Come sia una razza di tempo a parte, una creatura peculiare che scintilla e sparpaglia barlumi di hic et nunc, gelidi interstizi di adesso, iati di inevitabile, iati di irreparabile, gettatezza. Di domenica tutto perde senso o ne acquista uno, ogni cosa si ritrova priva del cartellino del prezzo appeso al collo durante la settimana e non sa più il suo valore, resta solo il tormento del momento. La scalfitura della lama che sa penetrare il lignaggio dell’essere. Di domenica serve la sveglia per alzarsi ma non si è capaci di scegliere l’ora a cui metterla, nell’adesso è troppo presto o troppo tardi. Anche le ore hanno perso il numero, e noi non sappiamo l’altro modo per dirle.  La domenica nasce perturbante, cresce autonoma e strisciante, si insinua nel divenire e sacramente lo oltraggia con le sue barriere di non-evento, di mancato accadimento eppure accaduto nel modo più totale. Di domenica scappiamo, corriamo, mangiamo, andiamo, andiamo al lago, andiamo dai parenti, prendiamo la macchina, di domenica si deve fare qualcosa perchè non si può rimanere soli con se stessi, non si può rimanere soli con la domenica, in balia della mostruosità del Tempo. Di domenica si va a messa, di domenica ci si cerca e nel caso si fugge dal trovato, di domenica ciò che resta del sacro sminuzza ciò che resta del profano. Di domenica si fanno progetti, si programma, si telefona, si cucina anche per il poi, si deve scappare dal tempo, e si deve scappare da sè, che il tempo batte anche lì dentro.

Di domenica mi sento un orologio che ticchetta al posto del cuore.