Oggi a ribadire come la “domenica” costituisca ed assurga ad una categoria superiore, ad un rango altro. Come sia una razza di tempo a parte, una creatura peculiare che scintilla e sparpaglia barlumi di hic et nunc, gelidi interstizi di adesso, iati di inevitabile, iati di irreparabile, gettatezza. Di domenica tutto perde senso o ne acquista uno, ogni cosa si ritrova priva del cartellino del prezzo appeso al collo durante la settimana e non sa più il suo valore, resta solo il tormento del momento. La scalfitura della lama che sa penetrare il lignaggio dell’essere. Di domenica serve la sveglia per alzarsi ma non si è capaci di scegliere l’ora a cui metterla, nell’adesso è troppo presto o troppo tardi. Anche le ore hanno perso il numero, e noi non sappiamo l’altro modo per dirle. La domenica nasce perturbante, cresce autonoma e strisciante, si insinua nel divenire e sacramente lo oltraggia con le sue barriere di non-evento, di mancato accadimento eppure accaduto nel modo più totale. Di domenica scappiamo, corriamo, mangiamo, andiamo, andiamo al lago, andiamo dai parenti, prendiamo la macchina, di domenica si deve fare qualcosa perchè non si può rimanere soli con se stessi, non si può rimanere soli con la domenica, in balia della mostruosità del Tempo. Di domenica si va a messa, di domenica ci si cerca e nel caso si fugge dal trovato, di domenica ciò che resta del sacro sminuzza ciò che resta del profano. Di domenica si fanno progetti, si programma, si telefona, si cucina anche per il poi, si deve scappare dal tempo, e si deve scappare da sè, che il tempo batte anche lì dentro.
Di domenica mi sento un orologio che ticchetta al posto del cuore.