Archivio delle Categorie: giustificazionismo benvestito

L. Wittgenstein, dalle “Untersuchungen”

L. Wittgenstein, dalle “Untersuchungen”

119. I risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio. Essi, i bernoccoli, ci fanno comprendere il valore di quella scoperta.

123. Un problema filosofico ha la forma: “Non mi ci raccapezzo”.

124. La filosofia lascia tutto com’è.

203. Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare, giungi allo stesso punto da un’altra parte e non ti ci raccapezzi più.

217. Ricorda che a volte richiediamo definizioni, non per il loro contenuto, ma per la forma della definizione. La nostra è una richiesta architettonica; la definizione è come un finto cornicione che non sorregge nulla.

249. Il mentire è un gioco linguistico che dev’essere imparato, come ogni altro.

309. Qual’è il tuo scopo in filosofia? Indicare alla mosca la via d’uscita dalla trappola.

326. Ci aspettiamo questa cosa e siamo colti di sorpresa da quest’altra; ma la catena delle ragioni ha un senso.

384. Il concetto “dolore” l’hai imparato con il linguaggio.

387. L’aspetto profondo ci sfugge facilmente.

414. Tu pensi di dover tessere una stoffa: perchè sei seduto a un telaio -vuoto- e fai i movimenti caratteristici del tessere.

445. Nel linguaggio, aspettazione e adempimento si toccano.

457. Si, intendere è come dirigersi verso qualcuno.

464. Ciò che io mi propongo di insegnare è: passare da un non-senso occulto a un non-senso palese.

471. Spesso riusciamo a scorgere i fatti importanti solo dopo aver soppresso la domanda “perchè”

485. La giustificazione per mezzo dell’esperienza ha un termine. Se non l’avesse non sarebbe una giustificazione.

580. Un “processo interno” abbisogna di criteri esterni.

593. Una delle cause principali della malattia filosofica: una dieta unilaterale, nutriamo il nostro pensiero con un solo tipo di esempi.

599. In filosofia non si traggono conseguenze. La filosofia si limita a stabilire ciò che chiunque le concede.

650. Il cane teme che il padrone lo picchi, ma non teme che il padrone lo picchierà domani.

 

Talete, Anassimandro, Anassimene

Talete, Anassimandro, Anassimene

 

A Mileto

su prolifici confini

le colonie  del Senso primordiale

il principio razionale

dell’acqua

del soffio vitale

 

l’eterno movimento si dà da sè

pneuma, archè

 

l’universo è forma, misura

donata dall’infinito

 

ciclo cieco e incessante

che nel tempo crea e distrugge

 

 

 

 

Grundfrage

Grundfrage

Mettersi gli orecchini in un contesto facciale di generale antiesteticità e di mattutine malformazioni del volto è un apprezzato sforzo di darsi un contegno e una dignità che sia socialmente valida o è l’incontrovertibile ammissione di un ostinato ultimo tentativo destinatoafallimento, la mera conferma di una volente nolontà d’apparire intra vobis?

li chiamavano buoni propositi

li chiamavano buoni propositi

Personalmente trovo abbastanza repellente la pratica del cianciare sui buoni propositi per il nuovo anno. Pratica peraltro attuata da individui che passano i restanti trecentosessantaquattro giorni dell’anno ad assurgersi a “viventi alla giornata” e/o da soggetti solitamente affetti da una morbosa pulsione di morte.  Allo stesso tempo, tuttavia, mi sento in uno spiacevole dovere di lasciare qualcosa al riguardo. Non avendo particolari manie logico-classificatorie né marcati disturbi ossessivo-compulsivi  (o meglio, avendoli di recente ridimensionati mediante la sostituzione con altri ben più gravi) più che sporgermi in avanti troverei maggiormente utile (e conveniente) volgermi dietro. Alla solita trita e ritrita prospezione futurologica, alla noiosamente nota smania del dopo, preferirei una ri-flessione critica sul già-accaduto, nonché sul ciò che è già stato e che pertanto condiziona l’Adesso molto più che un proposito lanciato al vento con attuazione in data da destinarsi.  Sarà che la mia preferenza per lo sguardo all’indietro è dettata da una sostanziale assenza di buoni propositi o che la famosa lista nel mio caso sarebbe ridotta ad una sola parola e che quindi non farei granchè bella figura sembrando di non averci messo troppo impegno o cazzi miei. Sta di fatto che non sono una fan della storia antiquaria ma che se davanti si prevede un orizzonte di nulla e di vuoto mi faccio furba, e non mi dispiace optare per un po’ di torcicollo. Dunque è proprio il caso che i miei buoni propositi siano di non averne affatto.

visita oculistica

visita oculistica

Da ogni visita specialistica a qualsivoglia mio apparato/organo sensoriale difettoso (e non sono visite infrequenti) evince la medesima verità fattuale, trova suggello ufficiale e riconosce conferma scientifica il mio essere intrinsecamente storta, tragicamente votata all’asimmetria, sono sghemba, sbilanciata, sbilenca; in me non può fisiologicamente costituirsi alcun tipo di equilibrio o armonia.  Qui la misura non è di casa, e io la “via di mezzo” non l’ho mai presa in considerazione, non ho mai perseguito principi di mesotes, sempre mi sono orientata all’estremismo, appellata all’esagerazione, dedicata all’ipertrofia anche quando caldamente sconsigliato e sconsigliabile. Sono pencolante e malfatta, sono sproporzionata anche nelle parole e squilibrata pure nella testa. Vacillo, ontologicamente ubriaca. Ebbra di dismisura. Sono due piatti della bilancia ad altezze completamente diverse, sono due piatti della bilancia che non si guarderanno mai in faccia.

Le analisi di ogni specialista parlano chiaro, non mi estendo né in verticale né in orizzontale, sono obliqua, sono l’alfiere sulla scacchiera. I miei occhi vanno in due direzioni diverse: uno sembra essere per la vista terrena, mentre l’altro, accidentale malcapitato nell’hic et nunc, vede tutto sfocato, sembra essere fatto per Altrove, per vedere altre cose, per vedere idee. Un occhio si muove lungo le caselle nere, l’altro attraversa quelle bianche. Drang e Geist, la forza cieca e il visionario impotente, ecco i nomi dei miei occhi. Gli occhiali fanno nulla al cospetto di tali radicate –radicali- nature, se ne stanno solo lì, parcheggiati inermi a dare l’apparenza dell’innocuo.

A me, obliqua dalla lacrima facile, sono venuti a vendermi “lacrime artificiali” come se non fossi capace di procurarmele da sola e come se non lo facessi già abbastanza. Proprio a me, che non mi fido della “macchina” e la “macchina” non si fida di me, consigliano il laser, la tecnica che trastulla i dorati vetri della finestra dell’anima, la tecnologia che invade lo spirituale, l’impalpabile, che oltraggia e stupra l’Essenziale, che mortifica il metafisico di una cecità preziosa, da mantenere scientemente intatta.

“Chiudi gli occhi e vedrai”