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La Desertificazione del Senso

La Desertificazione del Senso

 

Membra intorpidite dal letargo del fare

dalla convalescenza del pensare

le fibre cedono, sfiancate

i miei fianchi si lasciano andare al vuoto

(ch’è dietro di me, sotto di me, dentro di me)

 

i nervi brandelli di inquietudine

stracci bagnati di lacrime

nervose e assenti

fredde

a consumare pavimenti di guance crepate e stanche

 

la pelle è arida di vita

(avida di lividi)

 

il mio pianto non conclude

la depresentificazione di me stessa

la desertificazione del Senso

 

 

cambio di stagione

cambio di stagione

È Cartesio a torturarmi ogni notte, a squarciarmi di me, a contorcermi delle mie parti. Non ho armi contro la mia incoerenza, solo veli che non coprono, maya che non illudono. Verità scritte rosso su bianco finiscono accartocciate nel cestino, arrotolate nell’armadio della “mia” apparenza  e mai indossate.

 

 

Scanso il lievito del pane mentre lievito le mie illusioni. Le molliche di fuga compongono eloquenti traiettorie -di cui la tovaglia ignora gli esiti. Le briciole di quanto mi appartiene tracciano itinerari contorti, avviluppati e incompresi dalla mia stessa indecisione. Sono stanca di ingurgitare le croste bruciate, il cancerogeno delle mie radici. Cambio strada, la rotta si inverte con un solo soffio, deciso.

 

sento il tempo passare

sento il tempo passare

Sento il tempo passare

Ma più degli altri

Fa male alle mani

Quando attraversa

Con la sua acuminata sabbia

La mia pelle inaridita dalla vana morsa

 

Sento i granelli scivolare

Sdrucciolevoli

Tra le pieghe della mia storia

E ciottoli finire sui sentieri

A rendere più arduo il cammino

 

Sento il tempo passare

Ma meno degli altri

Mi attraversa e non lo vedo

Mi perfora e non ci credo

Guardo l’ora:

non so se sono io che fisso l’orologio

o se è lui che guarda me.