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Quercia

La tragedia dell’albero, il sempiterno mai lieve, il transeunte dolce e straziante. La tragedia dell’albero, l’impotenza di esistere soltanto, dell’eterno vivere nel tempo senza il tempo, dell’eterno vivere senza attimi eppure effimero. La tragedia dell’albero, l’opacità dell’umana esistenza, la trasparenza dell’eterno. Il miracolo dell’albero, la fragilità del (per) sempre.

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retoriche condizionali

 

Non vorrei sorprese a sorprendermi impreparata, non vorrai sopprimere la prelibatezza della presenza prestabilita, infiocchettata nel percorso presagito da tempo. Non vorrei essere assolta dagli assalti alla tua persona, frontali sfrontati, avventate epifanie delle mie manie e delle mie mani. Non vorrai assurgere a vittima della mia ragguardevole passione, aggirare le leggi gravitazionali che ci legano.
Non vorrei leggere condanne sulla tua bocca, baciata dal sapore della mia perversa ossessione. Non vorrai pervadere l’aria col tuo odore di innocenza, accaparrarti la bellezza eterna e lasciare a me la penitenza. Parliamoci chiaro: non vorrei l’assoluto della tua essenza, né il possesso del tuo viso, vorrei solo godere d’averti ucciso.