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Accettazione

“Accettazione” non è un termine negativo
ma vuol dire che sei finalmente vivo
“Accettazione” non è sinonimo di rassegnazione
di se stessi non è la negazione ma l’esaltazione
“Accettazione” non è una pena che ci infliggiamo
ma è accogliere chi siamo e che facciamo
“Accettazione” non si pronuncia come “rinuncia”
l’Accettazione la quiete annuncia

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Quercia

La tragedia dell’albero, il sempiterno mai lieve, il transeunte dolce e straziante. La tragedia dell’albero, l’impotenza di esistere soltanto, dell’eterno vivere nel tempo senza il tempo, dell’eterno vivere senza attimi eppure effimero. La tragedia dell’albero, l’opacità dell’umana esistenza, la trasparenza dell’eterno. Il miracolo dell’albero, la fragilità del (per) sempre.

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Punto

Era il 2 maggio 1998 quando ti sei intrufolato nelle nostre vite.
Eri talmente piccolo che passavi per i buchi del cancello, era così infatti che eri entrato nel nostro giardino. Eri assetato e affamato, faceva caldo e sembravi aver camminato molto. Noi non eravamo pronti ad accoglierti, non avevamo animali né ciotole, ricordo che ti demmo da bere con un vasetto dello yogurt.  Sembravi di passaggio, eravamo certi che, dopo esserti rifocillato, saresti ripartito; d’altra parte abitavamo in campagna, di cani randagi ne giravano tanti.

Non sapevamo che ci avevi scelto e non saresti più andato via.

Fu allora necessario trovarti un nome, ricordo ancora le discussioni a riguardo. Mio fratello di 5 anni voleva chiamarti “Puntino” perché, ancora cucciolo, eri minuscolo, io di 7 anni, decisamente più avveduta e lungimirante, protestavo che “Puntino” non sarebbe più stato adatto per quando saresti cresciuto, e che come minimo si sarebbe evoluto in “Punto”; alla fine la mia logica ebbe la meglio. Ora eri Punto e facevi parte della nostra famiglia.

Giorno dopo giorno prendevi possesso di un pezzetto di giardino in più e, contemporaneamente, ti appropriavi di un pezzetto del nostro cuore. Dopo un mese ti portammo dal veterinario per le prime vaccinazioni, in base alla tua dentatura stabilì che avevi circa 3 mesi, così noi (anzi io) decidemmo arbitrariamente che la tua data di nascita fosse il 1° marzo 1998.

Ci volle molto poco prima che dal giardino entrassi nella nostra casa. Già ad ottobre presi possesso del primo divano, agli inizi del 1999 ti impadronisti anche del secondo. Non avevamo più un posto dove sederci, e non eravamo mai stati più felici. Portasti un’ondata di gioia e di vita, un fiume di allegria, un vento raro di armonia. Sei stato il collante di una famiglia.

Imparai a crescere con te, a dividere tutte le mie scarpe con la tua bocca. Scoprii che i tappeti erano una cosa divertentissima, quando li sfilacciavi tutti (e con quanta zelante alacrità!) diventavano stupendi (anche quelli con le peggiori fantasie scelte da mia madre). Da quando c’eri tu vivevo fuori dal mio tempo, non guardavo più i cartoni animati, ignoravo i videogiochi, tutti i ragazzini avevano il gameboy color, io giocavo solo con te, fuori all’aria aperta. Mi hai regalato un’infanzia di verde.

Portarti a spasso era un divertentissimo delirio, non davi retta a nessuno e noi eravamo completamente incapaci di educarti. Eri un bambino come noi, con tutte le libertà e le sregolatezze dei bambini. Divenni famoso tra tutti i vicini per la tua simpatia, e tutti ti perdonavano tutto: le aiuole devastate, i vasi dei fiori distrutti, i tappeti ridotti ad un matassa di fili… eri il pagliaccio a 4 zampe di via Rossini, ne combinavi una ogni giorno, e ogni giorno davi il motivo per sorridere.

Gli anni passavano, finii la quinta elementare e, nel 2001, arrivò il momento di trasferirsi a Roma. Passati tre anni tu eri ormai cresciuto, eri un cane quasi adulto e io una ragazzina delle medie, avevi smesso di masticare le ciabatte, ma non avevi perso la vivacità e l’inventiva distruttiva. Ti eri un po’ calmato, o forse ci eravamo calmati noi: la città costringe i bambini a diventare seri in fretta.

Durante la mia adolescenza, presa da troppe cose e dal dover affrontare la bruttezza del mondo,  ti ho dedicato meno tempo,  ma tu eri sempre lì, pronto a farmi le feste quando tornavo, l’unico sempre felice di vedermi, l’unico che riusciva a strapparmi sorrisi negli anni più cupi, che mi saltava addosso come se fossi stata fuori due mesi e invece erano passate solo tre ore.

Sei sempre rimasto indisciplinato, ma la tua intelligenza, la tua bontà sconfinata e la tua generosità erano talmente tante che la tua diseducazione non è mai stato un problema: il “da qua la zampa” lo lasciavamo ai cani scemi. Tu eri altro.

Con te al mio fianco ho fatto la metà delle scuole elementari, ho superato il supplizio delle scuole medie, 5 tremendi anni di liceo, con te mi sono laureata. La mia vita è andata avanti con la misura del tempo degli uomini, la tua procedeva secondo il crudele tempo dei cani, con gli anni da moltiplicare per 7. Forse un’ingiustizia del mondo che gli esseri migliori debbano vivere così poco tempo e noi, malvagi corrotti e nocivi, così lungamente; ma forse riesco anche a capire che tutto il bene e tutta quanta la bellezza che portate voi al mondo, voi la portate anche in soli pochi mesi, a noi non bastano 80 anni.

Noi abbiamo spalancato le porte del cuore e tu ti sei modellato, plasmato su di noi e sulle nostre abitudini. Eri un cane diverso dagli altri, non ti importava nulla degli altri cani, non ti interessava conoscere i tuoi simili e stare del tempo con loro; tu volevi essere simile a noi, partecipare ad ogni evento della nostra famiglia, volevi essere uno di noi e non sentivi il bisogno d’altro.

Per 16 anni e mezzo hai mangiato con noi, a colazione, pranzo e cena. Consumavamo tutti i nostri pasti insieme, se mangiavamo noi pretendevi di mangiare anche tu e se mangiavi tu pretendevamo di mangiare anche noi! Così che il nostro orario di cena si è stabilizzato alle 19, il tuo orario di cena. Tante volte facevamo anche la stessa dieta, difficilmente la tua colazione poteva prescindere da cornetto e plumcake.

Sei sempre stato bene e in salute, non hai mai avuto un acciacco, un malanno o una malattia, durante la tua vita non hai mai conosciuto la sofferenza. Di questo sarò sempre grata e contenta. Ci hai reso fortunati e sei stato fortunato anche tu: hai avuto un’esperienza sempre e solo bella degli esseri umani, non hai mai saputo quanto può essere inumano l’uomo. Hai avuto cibo, carezze, cantilene di parole dolci, ninna nanne e una miriade di coccole… e quando ci scappavano le urla e i rimproveri poi eravamo noi, quelli bastonati con la testa abbassata e la coda tra le gambe, che venivamo da te a chiederti disperati perdono.

Non mi ricordo la vita prima di te, ero troppo piccola, una vita senza di te non l’ho mai conosciuta, una vita senza di te non l’ho mai vissuta.

Ora che non ci sei più di te resta tutto: hai cambiato il mio modo di essere e di vedere il mondo, mi hai insegnato l’amore, mi hai forgiato tu. Non arriverà mai il giorno in cui riuscirò ad aprire con tranquillità il cancello, senza l’ansia perenne che dietro ci sei tu nascosto, pronto a farti la scappatella. Non smetterò di vederti venirmi incontro ogni volta che rientro. Non smetterò di sussultare quando sento un abbaio vicino. Non smetterò di chiedermi dove sei adesso, dove te ne sei andato. Non smetterò di cercarti in ogni angolo del giardino o della casa, non smetterò di vedere ombre bianche sparire dietro l’angolo.

Oggi sei andato via per sempre, e per sempre sei rimasto.

Sei morto tra le mie braccia, sei svanito. Lentamente e all’improvviso. In verità la morte non è brutta, la morte non è nulla. La cosa orrenda e dilaniante è la vita che se ne va, la vita che abbandona un corpo caldo; lo strazio è il corpo che perde calore, il corpo che diventa freddo e smette di essere un corpo animato da dentro. Poi non c’è più nulla. La morte non esiste, esiste solo la vita che evapora. Il dolore non è la morte, il dolore è l’ultimo spasmo della vita che si dissolve sotto ai tuoi occhi straziati. Il dolore sono i tuoi occhi vuoti, svuotati.

I quasi 17 anni di vita che ho passato con te, li ho passati anche ad “istruirmi”, ma ora so che le uniche cose importanti me le hai insegnate tu, quelle cose per cui non basta solo non usare la parole: serve anche non saper parlare il linguaggio umano.

L’unico amore vero ed eterno è quello non biologicamente predeterminato, quello che non è già scritto nel nostro dna, quello che non è dovuto, quello che non è scontato; l’unico amore vero ed eterno è quello che non ci impone la natura, è quello che non ha finalità biologiche, materiali, genetiche, morali, sociali, culturali… l’unico amore vero è quello completamente disinteressato, che scegliamo di rinnovare ogni giorno perché non è programmato nel nostro sangue, perché non è prescritto dalla genetica. L’unico amore puro, eterno è quello tra una persona e un animale.

Tu me l’hai insegnato, mi hai insegnato che cos’è l’amore e nessun uomo al mondo poteva farlo.

 

 

Grazie per averci scelto.

 

Punto 1.3.1998 – 5.9.2014